INCROCIO

Ti chiamano Morte, perché è quello che lasci quando passi. Perché il tuo controbattere, il tuo volere ottenere qualcosa oltre la tua persona, condanna tutti quelli che ti sono accanto

Alratila’ ha deciso di scendere in campo, intenzionato a muovere guerra per il controllo dell’Incrocio.

Una guerra subdola, usando la stessa pedina che i Clan Riuniti stanno proteggendo dalla prima linea. Pedina sfuggevole, perché René non è disposta a cedere la sua libertà.

Fino a quando Alratila’ non la porrà davanti al suo punto debole, costringendo René a scegliere quale ruolo ricoprire.

Per coloro che protegge e per l’Incrocio.

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1. RIPAGARE IL DANNO

Giselle Gowan continuava a fissare la porta aperta della sua stanza d’ospedale. Seduta in fondo al letto, la mano stretta al ferro della pediera, non prestava attenzione agli altri tre pazienti presenti. Sentiva i loro respiri, pesanti e alternati da rantoli, spesso gemiti di pianti spezzati, ma sapeva che non stavano dormendo. Vivevano nel loro mondo catatonico, inflitto dai medicinali somministrati.

Giselle cominciò a guardarsi attorno, a vedere i margini nitidi degli oggetti incolori presenti, mentre l’odore di chiuso e di malato penetrava le narici, facendola sentire peggio. Girò lo sguardo verso la persona accanto, nella penombra: un uomo alto, dalla pelle olivastra, con una cicatrice sbiadita sul volto, in diagonale dall’orecchio destro al labbro. Indossava la divisa da infermiere, tenendo stretta in mano una siringa vuota e fissava Giselle facendola sentire una nullità, un’imperfezione sulla sua immacolata uniforme.

Giselle riuscì ad associare un nome al volto: Bernard Luchar. Quando lei era arrivata alla Cittadella, in fuga dalle minacce di Evy, la sorella più piccola del duo di mercenarie del Clan Daire, lui era a capo delle guardie della roccaforte.

Giselle rimase a osservarlo a testa china, mentre la nebbia mentale si dissolveva, e cominciò a chiedersi quanto tempo era trascorso dal suo primo giro di ronda alle celle femminili; il tentativo fu subito interrotto dalle poche e risolute parole rivoltele da Bernard. Gliele pronunciò bisbigliando, in una cantilena araba col timbro latino, come se non volesse fargliele sentire, ma lei le ascoltò tutte e ognuna la colpì, ferendola.

Fu un istante fugace, poi Bernard l’abbandonò in quel luogo, seduta con la mano sempre più stretta attorno alla balaustra, cercando in quel dolore l’interruttore per muoversi.

Ospedale psichiatrico. La notizia la raggiunse con la velocità con cui il suo cervello, assopito per anni, riattivava ogni sensore spento, assemblando i ricordi con immagini e sensazioni. Non ricordava il nome dell’ospedale, ma sapeva d’essere a Ginevra. Suo fratello Bobby l’aveva portata lì, con un lungo viaggio durante il quale aveva ripetuto all’infinito che l’avrebbero curata, guarita. Parole ignorate da Giselle con le lacrime, mentre la sua voce interna gli ricordava il dolore sentito, intenzionata a colpirlo, a farglielo provare, ma incapace di muoversi.

“Devi trovarla! Falle quello che ha fatto a me!” continuava a ripetergli quella frase, ma Bobby non la sentiva e lei non si rendeva conto del mutismo delle sue labbra.

L’ultimo ricordo di Giselle erano gli infermieri, mentre la spostavano, e una donna, Miriam, intenta a rassicurare Bobby. Poi la puntura cessò ogni agitazione, spasmo e dolore; non sentì più nulla per molto tempo.

Vedeva gli addetti andare da lei, per lavarla, cambiarla, farle muovere gli arti e somministrarle flebo quotidiane. La mettevano seduta sul letto, ogni mattina, per ristenderla la sera. Li percepiva, al tatto e all’udito, li sentiva raccontare storie senza forma. Fino a quando smisero di considerarla, trattandola come una bambola di pezza, un lavoro da svolgere mentre si parlavano, facendole scivolare le loro vite addosso.

A lungo non aveva assemblato più alcun pensiero, fino a quando Bernard non le aveva preso il braccio per farle scorrere dentro il fuoco. Giselle aveva sentito il bruciore invaderle i nervi, i meccanismi del suo cervello sganciarsi e ripartire, aveva ricominciato a vedere e aveva provato paura per le prime parole rivoltele da anni.

«Un regalo da Alratila’, nonostante tutto quello che hai provocato. Sarai capace di ripagare il dono?»

Non era stata colpa sua; il pensiero l’assalì e la fece tremare.

Giselle aveva fatto il possibile, ma Evy era stata più forte; lo era sempre stata.

La pressione nel petto esplose e Giselle cominciò a piangere: come avrebbe potuto ripagare, come sistemare quanto successo?

In quella lontana notte suo fratello l’aveva trascinata via, nascosta in un ospedale per impedirle di morire. Eppure, Bobby non aveva fatto altro che prolungare la sua pena, aderendo ignaro alla punizione di Evy, impedendole di morire fisicamente. Giselle lo comprese in quel momento, al colmo di una lucidità ritrovata.

Asciugandosi le lacrime, fece un profondo respiro e si alzò. Instabile per gli arti atrofizzati, attese alcuni minuti, mentre tentava di riabilitarli con piccoli movimenti, alla ricerca di equilibrio. Un intervallo breve, col desiderio di concludere; appena si mosse percepì il corpo trattenere la flebile stabilità. Sostenendosi, prima ai letti e poi alla parete, Giselle raggiunse la porta della stanza, dove si fermò a osservare il corridoio.

Un silenzio ovattato ricopriva l’intera lunghezza, interrotto dal mormorio femminile proveniente da una stanza accanto all’ingresso del piano. Alcune risate e l’odore del caffè raggiunsero Giselle e l’accompagnarono mentre si avviava verso la porta con la scritta Uscita di Sicurezza; un tragitto lungo, rallentato dalla debolezza del corpo e dello spirito, sottoforma di lacrime sempre più abbondanti.

Giselle aprì la porta in alluminio senza alcuna difficoltà, senza attivare alcun allarme, senza accorgersi della manomissione già predisposta sulla maniglia. La superò lasciando che si chiudesse alle sue spalle e salì le scale, raggiungendo il tetto piatto. Un traguardo irradiato dalla luce del sole, tenue contro il freddo della grezza pavimentazione sotto i suoi piedi nudi; una sensazione che la fece sorridere, mentre faceva alcuni passi alla rinfusa, annusando la vita nell’aria fresca.

Quando raggiunse la ringhiera del parapetto e la scavalcò, si sentì sollevata. Sotto di lei c’era la pace. Una brezza leggera muoveva i rami degli alberi spogli e faceva roteare le poche foglie secche, pronte a marcire sul viale sottostante. Giselle osservò un anziano in carrozzella, a passeggio con un’infermiera nel parco dell’ospedale, poi alzò lo sguardo andando oltre, ammirando il panorama dei monti coperti da una leggera bruma.

Dominando il mondo, assieme al vento freddo che l’avvolgeva, chiamandola nella libertà non concessale, Giselle afferrò la ringhiera e si sporse in avanti, chiudendo gli occhi e aspirando a pieni polmoni gli odori dell’aria che le asciugava i residui delle lacrime.

«Non farlo!» la voce la raggiunse da dietro.

Giselle si voltò a guardare: una donna coi capelli ricci, rossi come i suoi, con un elegante abito seminascosto dal camice bianco, stava avanzando verso Giselle con una mano sollevata, in segno di attesa. Miriam. Il nome raggiunse la parte cognitiva della mente di Giselle, facendola sorridere ironica: quella era la donna che aveva garantito al fratello l’impegno dell’ospedale per guarirla.

L’ironia divenne compassione: Miriam aveva fallito, Bobby aveva fallito. Nessuno aveva capito come curarla, solo Alratila’ aveva saputo farlo.

Giselle lasciò la ringhiera e si fece trasportare dal vento, fino alle tenaci foglie che ancora danzavano.

Bobby Gowan, soprannominato Dearg, era entrato in casa con la circospezione di un intruso. L’appartamento aveva odore di chiuso, una forma pungente capace di sopraffarlo, rendendo difficile al naso l’abituarsi. Tuttavia, Bobby non accennò ad aprire i vetri, accendendo la luce e restando a fissare l’abbandono generale. Polvere e ragnatele avevano preso possesso della mobilia, gli scuri sprangati avevano impedito al sole di entrare e il tempo si era fermato insieme alle batterie degli orologi.

Con il dolore fisico provocato dalle costrizioni degli ultimi tre anni, Bobby attraversò il breve ingresso e raggiunse il telefono sul mobile del salotto, richiamato dalla lucina lampeggiante della segreteria. Ascoltò la voce spezzata di una donna pregarlo di mettersi in contatto con l’ospedale psichiatrico Santa Croce.

Al termine del breve messaggio il silenzio ricadde nelle stanze, avvolgendo anche Bobby, con lo sguardo attonito fisso sull’apparecchio. Pochi istanti, poi Dearg riprese a muoversi, diretto alla camera da letto dove recuperò un borsone da viaggio e cominciò a riempirlo con vari indumenti, aggiungendo passaporto e qualche contante.

Bobby tornò a uscire quindici minuti dopo l’entrata, chiudendosi di nuovo quel mondo alle spalle e dirigendosi all’aeroporto di Dublino.

Ipotizzò che l’ospedale psichiatrico lo contattasse di nuovo, ma sapeva che non avrebbe potuto fare nulla. Giselle era morta dentro se stessa da anni. La notizia del suo decesso definitivo gliel’avevano data quella mattina, prima di rilasciarlo. Gli avevano spiegato di come Bernard si era preso cura di lei, assicurandogli lo stesso trattamento se non avesse concluso l’incarico assegnato. Non si fidavano di lui, ma con le sue abilità avrebbe potuto fare ammenda per le perdite della Cittadella.