SDB

Istanbul, anno 2000.

Una sera di giugno un elicottero esplode appena superate le rive del Bosforo, uccidendo le SDB, due efferate assassine appartenenti al Daire, uno dei Clan di spicco del crimine organizzato mondiale.

Udine, anno 2001.

Dopo sei anni dalla loro improvvisa scomparsa le sorelle Renè e Lisa tornano a casa. Diverse caratterialmente e fisicamente dalle ragazzine che erano, non sono disposte a dare nessuna spiegazione sugli avvenimenti che le hanno coinvolte in quegli anni.
Decise a dimenticare quei terribili sei anni, che pure tornano costantemente alla mente, cercano di costruirsi una nuova vita ma la lunga mano del Daire sembra incombere su di loro per imporre una nuova, terribile sudditanza.
Sarà, forse, l’ultimo capitolo di questa drammatica vicenda che segnerà di nuovo col sangue il destino delle due ragazze; un capitolo che vedrà coinvolta la World Investigation, organizzazione militarmente strutturata che ha cercato inutilmente di abbattere il Daire fin dalla sua nascita, ma che troverà nel loro desiderio di riscattarsi la forza per dare un colpo ferale al potentissimo Clan.

Leggi il primo capitolo del romanzo: 1 - Fantasmi

1
FANTASMI

Giugno 2000

Jerry alzò le mani ammanettate per potersi grattare il collo un paio di volte e già che c’era si sbottonò i primi bottoni della camicia che si stava attaccando alla pelle a causa del forte caldo che c’era in quella stanza. Riappoggiò le mani sul tavolo che aveva di fronte e scivolò leggermente in avanti sulla sedia allungando le lunghe gambe. Sbuffò un paio di volte, annoiato più che innervosito e si guardò attorno. La stanza era piccola ma certamente più grande di una cella da prigione, con quell’unico tavolo e due sedie collocate al centro. C’era la porta, un quadrato che fungeva da finestra con la grata in ferro arrugginito e lo specchio grande due metri per due, decisamente nuovo, che sembrava un pugno in un occhio in quella vecchia stanza stile film western.
Si guardò per un po’ in quel vetro notando quanto fosse cresciuta la barba in quell’ultimo mese e sperò di potersi radere al più presto. Aveva preso un po’ di sole, o piuttosto aveva cominciato a scottarsi sotto quel maledetto sole messicano. Si rimproverò per non essersi nutrito bene negli ultimi tempi visto lo scarno volto che gli stava ghignando dallo specchio. Era sempre stato alto e magro e per questo, fin da giovane, si era imposto di mangiare correttamente ma abbondantemente. Dimenticarsene o trascurare l’abitudine era un comportamento che lo infastidiva, tanto da arrabbiarsi con se stesso. Una volta uscito da lì si sarebbe fatta una bella mangiata, avrebbe affittato una bella stanza dove si sarebbe rasato, lavato via la polvere e finalmente avrebbe abbandonato tutti, indisturbato.
Si voltò a guardare la luce che accedeva dalla finestra, ascoltando i rumori che entravano e grattandosi nuovamente il collo. Assieme al chiasso, lo raggiunse anche l’aroma di una sigaretta e rimase alcuni secondi ad annusarlo, cercando di catturarne anche il gusto con le narici. Quella delicata fragranza lo abbandonò dopo pochi secondi e, sconfortato, abbassò la testa fissandosi le mani, immobili sul tavolo. Se solo si fosse deciso a smettere di fumare… Quante volte se l’era ripromesso fallendo miseramente nel giro di poche ore dal pronunciamento di quel buon proposito? Troppe, si disse. “Presto potrai riprenderne un’altra in mano, annusarla, accenderla e aspirare quell’inebriante profumo nei tuoi polmoni. O forse no! Forse questa è l’occasione giusta per smettere. In fin dei conti sono diverse ore che mi hanno rinchiuso in questo posto, potrebbe essere la terapia giusta per cominciare a mantenere fede alla promessa fatta ad Anika”.
Si mosse nuovamente sulla sedia, tornando a salire, girando il bacino e spostando le gambe, poi tornò a scivolare verso il basso. Quell’attesa stava cominciando a infastidirlo. Possibile che non ci fosse nessuno interessato a interrogarlo? Nessuno voleva sapere come si erano svolti i fatti? Dopo tutto il tempo passato a prepararsi, non c’era nessuno che volesse essere preso in giro da lui? D’accordo che gli aveva detto che sarebbe stata dura, ma non avrebbe mai creduto che la parte peggiore potesse essere l’attesa. Esasperato, si passò entrambe le mani sul volto cercando di asciugarsi il sudore sul viso, e quando si scoprì gli occhi vide l’agente entrare.
Dava l’impressione d’essere un ragazzotto di campagna, magari passato da poco da agente semplice a detective. Alto e robusto, anche se un occhio inesperto non avrebbe compreso se la stazza fosse naturale o aiutata da un sistematico esercizio fisico. Aveva un aspetto ben curato, dovuto certamente più al ruolo piuttosto che all’egocentrismo personale. Era vestito bene, benché all’abito mancasse la giacca, tuttavia pantaloni e camicia erano stati stirati in maniera molto professionale. Certamente era arrivato a Veracruz da un luogo poco incline al caldo anche se, visto il ruolo, avrebbe dovuto indossare quello stile anche in piena estate a trentacinque gradi all’ombra.
Jerry lo scrutò notando ogni tratto caratteristico – le grosse mani abituate a lavori pesanti, i biondi capelli quasi rasati, il naso che aveva una strana inclinazione verso il basso, probabilmente in seguito a una frattura – e ogni movimento che faceva, dallo spostare delicatamente la sedia stringendo lo schienale nella sua forte mano, al modo impettito in cui gli si sedeva davanti, pronto a scattare ad ogni possibile azione del prigioniero. Quell’uomo sapeva esattamente come comportarsi nonostante non lo dimostrasse affatto e Jerry lo sapeva bene. Per anni aveva studiato gli agenti della World Investigation imparando a conoscerli per nome e a sapere ogni più piccolo particolare delle loro vite. Sapeva come si erano formati, come erano soliti portare avanti i loro incarichi, come evitarli e come fregarli.
L’agente estrasse un pacchetto di sigarette dal taschino e lo gettò sul tavolo, accanto alle mani di Jerry.
«Non conoscevo la tua marca, ma penso che vadano bene lo stesso».
Jerry lesse la scritta russa sul pacchetto e guardò l’uomo.
Così anche lui sa chi sono io, pensò. Saprà che so esattamente chi è lui? Che si chiama Daniel Altman, che ha trentaquattro anni, che ha cominciato la sua carriera nella marina australiana, che lavora da dieci anni nella World Investigation, che è il fratello minore del fondatore dell’Agenzia dove lavora?
Jerry pensò anche a tutti gli altri fatti che sapeva di lui e cominciò a domandarsi perché fosse lui a interrogarlo. Dov’era l’altro? Dov’era McKenzie, l’uomo così ossessionato dal Daire da diventare l’onnipresente mastino che era sempre alle loro calcagna?
Prese una sigaretta dal pacchetto e attese che Daniel gliela accendesse; si domandò perché la World Investigation era interessata a quell’omicidio. Cosa c’era di così importante nella morte di Chon-Lee da farli arrivare fino a Veracruz? Non ne trovava il nesso. Eppure DD gli aveva detto fin da subito che sarebbero stati quelli della World Investigation a interrogarlo.
«Sempre fumo rimane!» esclamò dopo aver tirato un paio di boccate e aver fatto riassaporare quel prezioso aroma ai suoi polmoni.
«Possiamo parlare in russo, se ti fa sentire a tuo agio» propose Daniel.
«Perché dovremmo? Io non lo conosco».
«Chissà perché i criminali tendono a negare la loro patria d’origine» lo schernì Daniel.
«Senti, io sono americano quindi non venire a sfottere» si alterò Jerry.
Daniel sorrise annuendo. La suscettibilità di Jerry sulla sua provenienza era di dominio pubblico e prendere in giro i prigionieri che doveva interrogare era un’abitudine che non riusciva a sopire.
«Allora, perché non mi racconti com’è andata?» chiese Daniel dopo un momento.
«Certo! Così voi mi fregate e tanti saluti a tutti».
«Di cosa ti lamenti? Sei tu che te la sei cercata».
«Non mi freghi! So bene come lavorate voi. Incastrate un povero disgraziato che si trovava nel posto sbagliato, affibbiandogli un omicidio che non ha commesso».
«Ci sono le tue impronte sull’arma e quando la polizia è arrivata c’eri solo tu che facevi compagnia al cadavere. Credimi, non mi sono inventato nulla».
«Ma io non gli ho sparato».
«Oh, avanti! Tanti uccidono per futili motivi. Il tuo qual è stato? Aveva cucinato male il riso?»
«E chi ti dice che sapesse cucinare?» lo derise Jerry, pensando che quell’idiota di Chon-Lee era pratico solo a far zuffa e incapace su qualsiasi altro fronte.
«Beh, noi resteremo qui fino a quando non parlerai e, credimi, so essere tenace. Insomma, hai paura? Sei un codardo? Ti hanno detto i russi di ucciderlo o è stata una tua iniziativa?»
«Ma che cazzo dici? Ti rendi conto delle stronzate che stai sparando?»
«Allora spiegami tu come stanno realmente le cose! Dimmi cosa c’è dietro».
«Io non so niente! Ricordatelo sempre: c’è chi muove i fili e chi ne è mosso».
«E tu eri la marionetta? Ti hanno detto di sparare e l’hai fatto?»
«Io non ho sparato!»
«E io ti dovrei credere?»
Rimasero per un momento a fissarsi. Daniel sembrava non sapere che altro dire mentre Jerry sapeva bene di avere il coltello dalla parte del manico. Sentiva che l’agente voleva arrivare presto alla conoscenza dei fatti e che aveva deciso per quell’interrogatorio con la speranza di raggiungere il suo scopo.
E Jerry voleva dargli quello per il quale era stato preparato.
«C’erano questi tizi che stavano baruffando nel capannone e mi sono fermato ad ascoltare cosa stava succedendo. Non capivo cosa dicevano e credo che nemmeno tra di loro si capissero bene».
«Quanti?»
«Cinque per parte, più o meno. Poi c’era questo tizio che sembrava traducesse per i due gruppi. Insomma, deve aver detto qualcosa di sbagliato perché all’improvviso uno tira fuori una pistola e gli spara. Scappano tutti e io vado a vedere se quello rimasto a terra è ancora vivo; in quel momento arriva la polizia. Tutto qui».
Daniel sentiva l’impulso di tirargli un cazzotto, ma cercò di controllarsi.
«Mi stai dicendo che uno dei principali esponenti di un Clan cinese è morto perché ha tradotto qualcosa in modo errato?»
Jerry rimase serio mentre annuiva, ma avrebbe voluto ridere per l’espressione dell’altro.
Daniel, esasperato, si passò una mano sul viso e riprese: «Insomma, tu eri lì per caso! A miglia di distanza dalla città, lontano dal tuo paese, passeggiavi tranquillo per strade sconosciute magari solo per fumarti una sigaretta? Ma chi cazzo credi di prendere in giro?»
«Ehi! Ti ho raccontato come sono andate le cose, non è colpa mia se ti aspettavi altro».
Daniel perse la pazienza, atterrò Jerry e cominciò a stringere la presa sul suo esile collo.
«Razza di pezzente che non sei altro! Non pensare di poter fare il buffone con me perché caschi male! E se la situazione ti diverte, posso cominciare a stringere più forte. Vuoi?»
Jerry s’impressionò e cercò di fargli cenno con le mani di calmarsi. Daniel si alzò, con due rapidi gesti si tolse la polvere dai pantaloni e si risedette a fissare il prigioniero. Anche Jerry si alzò ma più lentamente, massaggiandosi e avvicinando la sedia caduta al tavolo. Si sedette tenendo la schiena dritta e, fissando l’altro negli occhi, cominciò a raccontare.
«Serviva un accordo tra cinesi e russi. Nessuna delle due parti era disposta a cedere e farli incontrare sarebbe stato difficile. Fu trovata un’esca allettante per entrambi e un terreno neutrale. Ma quando s’incontrarono al capannone ci volle un attimo perché si trovassero pronti a eliminarsi. Il mio compito era impedirlo. Così cominciarono a discutere. Non sarebbero mai tornati ad allearsi».
«Allearsi per cosa?»
«Un unico capo, un unico Clan».
«Ma sono due Clan differenti, chi mai potrebbe volerli insieme?»
«C’è chi ha idee ambiziose».
«Insomma, l’hai ucciso perché non accettava?»
«Io non ho ucciso nessuno!»
«Che cosa è successo?»
«Arrivò qualcuno. Il mio capo» e si fermò un momento a ricordare, sentendo ancora l’agitazione che prese a scorrergli nelle vene quando lo vide avanzare.
Daniel attirò la sua attenzione, voleva sapere a chi facesse riferimento, chi aveva premuto il grilletto. Ma Jerry non era intenzionato a far nomi: accordi o meno, lui non era una spia. Daniel insistette provando a minacciarlo con prove inesistenti, assicurandogli che gli avrebbe tolto la libertà per sempre.
Jerry allora si piegò in avanti e sussurrò: «Hai mai sentito parlare delle SDB?»
«Stai scherzando? Voglio un nome vero, non una sigla impossibile da verificare».
«Non sono poi così impossibili da trovare».
«Meno storie Jerry! Le SDB sono fantasmi e io non gioco con questo genere di cose. Il nome! Dammi quel nome e ti farò uscire per mancanza di prove».
Jerry sapeva bene che non avevano comunque nessuna prova. Sarebbe uscito di lì che avesse parlato o meno, ma quello che lo infastidiva era fare la spia. DD glielo aveva detto che avrebbe dovuto parlare, facendo ricadere la colpa sul capo. Eppure, nonostante avesse deciso di scomparire dopo quell’interrogatorio, Jerry si sentiva un vigliacco a compiere un’azione simile; ma un patto era un patto e forse così si sarebbe liberato da quel demone.
Jerry trasse un profondo respiro e fissando l’altro negli occhi, rivelò in maniera chiara e concisa quel nome: «Ayhan Akatay».
Daniel rimase impassibile ma quell’informazione lo scosse. Si sarebbe aspettato chiunque, ma non l’uomo che aveva creato un grande Clan come il Daire e nel quale si era ben nascosto. Ayhan si era preso la briga di raggiungere Veracruz solo per uccidere Chon-Lee? Non aveva mandato un subalterno a fare quel lavoro sporco, se n’era occupato personalmente. Perché?
«Ma lui non verrà a prendermi – esclamò Jerry afferrando un’altra sigaretta – per lui io sono morto».
Daniel deglutì e cercò di tornare qualche passo indietro
«Cosa accadde di preciso?»
«Ayhan sapeva che nessuno dei due capi Clan avrebbe accettato l’accordo ed era disposto a tutto per far capire loro che le cose sarebbero dovute andare come diceva lui. Cominciarono a discutere…» e Jerry ricordò come si accaldarono, quanto i loro volti si avvicinarono sputandosi gli insulti in faccia.
Poi la pallottola trapassò il torace di Chon-Lee. Dopo lo sparo restarono tutti in silenzio a fissare il cadavere per terra, attenti a non fare mosse azzardate.
«Ayhan mi gettò la pistola e se ne andò. L’accordo non si fece e solo allora compresi che tutta quella messa in scena era stata una trappola creata apposta per eliminare un uomo che aveva commesso un errore nei confronti di Ayhan».
«Perché sei rimasto lì?»
«Uno doveva essere preso» concluse Jerry spegnendo la sigaretta.

Quando Daniel uscì dalla stanza dell’interrogatorio, trovò Jonathan in piedi di fronte al vetro attraverso il quale si poteva vedere l’interno della stanza. Daniel si sedette su una sedia poco distante, dietro al collega, da dove poteva ancora osservare Jerry ma ogni volta che spostava lo sguardo sul prigioniero sentiva una nota negativa in tutto quello che gli aveva raccontato.
Jonathan McKenzie rimase immobile a fissare Jerry, senza degnare Daniel di uno sguardo o di una parola, troppo concentrato sui propri pensieri per condividere quel momento con altri. E le sue elaborazioni mentali stavano spaziando in un periodo di tempo facilmente riconducibile al suo ingresso nella World Investigation.
Era stato Cleyton Altman a cercarlo, undici anni prima. Aveva sentito parlare di lui e della sua abilità d’infiltrato per la polizia di Washington, nella quale prestava servizio; anche se lo stesso incarico d’agente era una copertura per l’FBI. A Cleyton era bastata mezz’ora e un paio di birre per convincerlo ad accettare di lavorare per lui. Gli disse che aveva delle rogne con un’organizzazione terroristica alla quale era difficile accedere, un Clan nato da poco, quasi di pari passo con la sua Agenzia ma così ben strutturato che non si capiva da dove partisse realmente. L’Agenzia era riuscita ad arrivare ad alcuni contatti, alla conoscenza di altolocati nominativi, ma c’era sempre un muro che non riuscivano a superare: aveva bisogno di lui e della sua abilità.
All’epoca, Jonathan aveva ventiquattro anni ma si sentiva così forte e preparato che accettò senza riserve. Da quel giorno il novanta percento delle sue attività erano legate ai traffici e le azioni intraprese dal Daire, nel costante tentativo di fermarli. Era stato lui, alcuni mesi dopo l’assunzione del nuovo incarico, a scoprire che il capo del Daire si chiamava Ayhan Akatay. Ma dietro questo nome, notava sempre piccole tracce che conducevano a qualcun altro, una persona a cui Jonathan non era ancora stato in grado di arrivare.
E dopo tutti quegli anni di impeccabili azioni, di segreti e di oscuri personaggi, uno degli uomini migliori del Daire veniva colto in fallo per un omicidio che, nella sua semplicità, sembrava assurdo; Jerry era un criminale noto ancora prima di entrare nel Daire: la polizia russa lo ricercava da anni e dopo la sua adesione al Clan, scomparve. Diventò un assassino più spietato di prima, migliorando la sua abilità nel nascondersi, nel fuggire anche quando si trovava bloccata l’unica via di fuga; non per nulla si era dato il nome di Jerry, come quel topo che il gatto Tom non riesce mai a catturare.
Qualcosa non quadrava nell’intera azione: due Clan delle zone più a est dell’Asia vengono fatti incontrare in Messico solo per eliminare un uomo che aveva commesso un torto nei confronti di Ayhan. Un uomo che Ayhan stesso avrebbe potuto uccidere quando e dove voleva, visto che si era preso la briga di occuparsene personalmente; invece era stato costretto a mettere piede a Veracruz. E senza arrivare da solo, ma portandosi dietro due ombre che, da cinque anni, erano diventate la spina nel fianco di Jonathan: le SDB. Due fantomatiche figure che non era ancora stato in grado di identificare, né di appurare la veridicità delle azioni che venivano loro attribuite. Due ombre, due fantasmi.
Jonathan lasciò la sua postazione e si sedette accanto a Daniel. Lo guardò in volto, notando quanto quell’interrogatorio l’avesse sconvolto ed elettrizzato al tempo stesso e con una calma che aveva imparato a sviluppare negli ultimi anni, gli disse che non serviva preoccuparsi troppo perché era stata solo un’ennesima resa dei conti.
«No, John! Insomma… Ayhan! E non era nemmeno solo… c’erano anche le SDB! E noi eravamo così vicini…»
«Noi niente! Siamo qui solo perché hanno ucciso l’unico uomo disposto a collaborare. Nemmeno Chon-Lee si era preso la briga d’informarci di quest’incontro!»
«Ma erano tutti qui! Te ne rendi conto?»
«Chi, Daniel? Le SDB? Credi veramente che si possano nascondere due ragazze dietro questa sigla? Oltretutto così spietate? Ricordi cos’è successo a Oslo due mesi fa? Credi veramente che due ventenni, o giù di lì, abbiano potuto compiere simili azioni? Quegli uomini avevano i volti segnati dal dolore e dalla paura! Questa gente si nasconde dietro questa sigla, attribuendo ogni reato a due ipotetiche persone. Certo è che hanno avuto una bella trovata! Deve essere stato Ayhan che, una mattina di cinque anni fa, si è svegliato e ha deciso di depistarci creando queste due figure. Questa gente è furba, sa come muoversi e come non farsi beccare! Guarda Jerry. Non si è mai fatto arrestare in vita sua e adesso se ne sta seduto là in attesa che lo facciano uscire, perché non ci sono prove che lo accusino di quest’omicidio o di altri. Il solo fatto che accanto al cadavere ci fosse lui e che la pistola abbia le sue impronte non lo può accusare: le impronte erano sulla canna e nemmeno un idiota ne ammazzerebbe un altro tenendo l’arma in quel modo. No Daniel, non credo affatto che le SDB esistano. Soprattutto quando in cinque anni non ho trovato una sola prova, che fosse una foto o un’impronta, che mi portasse a questa loro verità».
«Negalo pure, se vuoi, ma ogni cosa di te dice che non ci credi. Sai bene che c’è qualcuno dietro quella sigla e sai che non è nessuno dei soliti sospetti. È merce fresca! Che poi possano essere due ventenni, chi lo può stabilire? L’hai detto che non hai trovato prove. Ma loro le hanno viste, sanno chi sono. Quei pochi che ti hanno parlato di loro in questi ultimi anni, usavano sempre un tono di deferenza e di paura. L’hai notato anche tu, vero? Se non fossero reali, non ne parlerebbero in quella maniera. Te lo sbatterebbero in faccia come una sfida, una presa per il culo».
Jonathan osservò l’agente messicano che si avvicinava mentre ascoltava quanto Daniel gli stava dicendo. L’agente chiese cosa dovesse fare con il prigioniero.
«Se avete una ragione per trattenerlo, fatelo. Per noi se ne può andare» sussurrò Jonathan deluso «Sarà meglio andare, altrimenti perdiamo il volo per Washington» disse poi a Daniel, precedendolo verso l’uscita.

La polizia messicana decise di tenere Jerry in prigione tutta la notte; la mattina successiva lo cacciarono fuori, suggerendogli di lasciare il paese. Jerry s’incamminò all’aria aperta, inspirando a pieni polmoni. Raggiunse una bancarella poco distante e acquistò un pacchetto di sigarette accendendosene subito una. L’assaporò per alcune boccate, restando immobile su quel marciapiede con il volto inclinato verso il sole. Fumo e libertà, quella era la sua combinazione vincente.
A metà sigaretta riprese ad incamminarsi verso il centro. Voleva un bell’albergo, di quelli a cinque stelle. Si sarebbe dato una sistemata, così come si era ripromesso, e poi avrebbe preso il suo volo per la libertà. Lontano dalla legge, lontano dal Daire.
Camminando tra quelle persone che gli passavano accanto, si sentiva un puntino in mezzo al mondo, una macchia incolore che si poteva mischiare con le altre. Fino a quella mattina aveva sempre attraversato il mondo a testa alta, conscio di chi era e cosa era in grado di fare a chi gli pestava i piedi. Ora era pronto a diventare uno qualunque.
A pochi passi dall’albergo si fermò accanto ad una pila di giornali che parlavano di un incidente avvenuto la sera prima ad Istanbul. Un elicottero era esploso appena superate le rive del Bosforo, uccidendo le persone che si trovavano a bordo. Jerry ne prese uno e gli diede una letta sorridendo. Si era sempre domandato come le sorelle sarebbero uscite di scena e trovò la loro idea strepitosa.
Felice come non era stato da molto tempo, lasciò ricadere il giornale sugli altri, gettò la sigaretta a terra ed entrò nell’albergo sorridendo.

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